La gazza ladra

Eravamo una masnada di bimbi, felici di stare in campagna il weekend. Giocavamo felici tutto il giorno all’aperto, io, mia sorella, il mio amico Robin, Nina, Camilla, e anche tanti altri. Ne facevamo di cotte e di crude: nelle pozzanghere giganti dove le oche cagavano e nuotavano noi lanciavamo sassi, raccoglievamo fango e merda…La casa sull’albero, il campo da bocce, le cantine dove davamo fuoco allo strutto che ci affumicava. A fine giornata, forse, la vasca da bagno.

Tra adulti e bambini eravamo tanti, ai pranzi avevamo “il tavolo dei bambini”. Teresa Pagliacci, che cucinava e puliva casa tutti i giorni preparava sempre qualcosa di buono: pollo alla cacciatora, gnocchi al semolino, tagliatelle, ravioli spinaci e ricotta, zuppa di ceci (quella non mi piaceva tanto, ma adesso mi manca) e quando non c’era lei, per cena nostro padre ci faceva gli spaghetti ripassati, il bollito, la carne alla griglia, le uova alla coque, anche qualche verdura. Se non era felicità quella.

Le estati le passavamo sempre lì, con bimbi e amici di papà che andavano e venivano. Conservo memorie di gioie e dolori come un tesoro. Sono riconoscente e privilegiato di aver avuto la fortuna di poter crescere in campagna, a contatto stretto con animali e natura.

Quando di estate venivano a trebbiare il grano era forse la cosa più bella. Il grano trebbiato veniva scaricato in montagne dentro un capannone, certe volte arrivava quasi al tetto. Ci tuffavamo nuotavamo ci sotterravamo nei chicchi biondi e polverosi, per ore. Anche il seme della colza dava grandi soddisfazioni, seme nero, se guardavi bene trovavi insettini di ogni tipo. Poi la barca al lago di Bolsena, la sua sabbia del colore dei semi della colza. Ci sono aneddoti all’infinito. Questa è però la storiella della gazza ladra.

Mio padre aveva preso per qualche anno l’abitudine di adottare un pulcino di gazza ladra. Per adottare, o meglio rapire un pulcino di gazza bisogna individuare un nido di gazza. Si vedono bene d’inverno: una palla di rametti intrecciati con diametro di due/tre spanne. Dopo Pasqua ci portava tutti per una passeggiata nel bosco, fino all’albero, generalmente una quercia molto alta e longilinea. Vedere papà arrampicarsi mi dava sempre un senso di precaria paura; sembrava che i rami più alti dell’albero si potessero spezzare da un momento all’altro. Messa la mano nel nido aspettava la sorpresa: uova non ancora schiuse, pulcini troppo piccoli o troppo grandi per essere addomesticati, e peggio di tutti gazze adulte incazzate. Negli anni della nostra giovinezza gli capitò un po’ di tutto. Portata a casa, finché la gazzotta non era cresciuta a sufficienza veniva tenuta al caldo in un cappellino di lana. Messe su le piume la teneva su un trespolo, in casa, la faceva scorrazzare in giro, e la sera in una gabbia con uno straccio a coprirla. Piano piano imparava a volare tuffandosi dalla scatola delle SS. Reliquie (cimelio iconico rimediato chissà dove) appoggiata sulla mensola più alta del salone, al divano, alle sedie, sul tavolo. Svolazzava e scagazzava un po’ dappertutto. Le cacche erano come uova crude ma bianche e verdi, non altrettanto grandi. Le esaminavo, sul divano, per terra, sulla madia, assorbite nella paglia delle sedie prima che venissero pulite da Teresa. Ricordo con precisione il pigolio del pulcino di gazza; un gemito spezzato e dolce, quasi felino. Poiché i pulcini di gazza mangiano insetti rigurgitati dai loro genitori, Papà gli preparava un pesto di uova sode e grilli. A tal proposito aveva messo me e mia sorella Gilda in carica della raccolta grilli, che ci aveva insegnato a procacciare. Nei campi di erba medica o trifoglio vivono miriadi di grilli campagnoli. Si fanno la casetta, un buchino tondo stile porta hobbit in miniatura con un piccolo spiazzo davanti dove escono a cantare. La tana del grillo è difficile da trovare ma il trucco era ascoltare la direzione del cicalio ed avvicinarsi alla fonte facendo più piano possibile; ad un certo punto il grillo ci sentiva e smettendo di cantare si rintanava, a quel punto però il raggio di ricerca era più fattibile. Trovata la tana si poteva capire se era abitata o meno, dalle cacchine nere che lasciavano davanti. Si prendeva una spiga di graminacea lunga, e si infilava nella tana, più in fondo possibile, a solleticare il grillo per farlo uscire. Il movimento scattoso ed infastidito del grillo che esce dalla tana non poteva spaventare perché si doveva poi acchiappare con le mani. Era la parte che mi faceva più impressione, però non era difficile dopo tutto, c’erano tanti trucchetti che si potevano usare per non farlo scappare. Riempivamo barattoli di vetro e poi li riportavamo a papà. Abbiamo passato tante serate estive ad acchiappare grilli.

La gazza crescendo nell’estate diventa completamente abituata agli esseri umani, addirittura amichevole e giocosa. Se le davi un dito ci si appollaiava per farsi accarezzare, chiudendo gli occhietti neri, pigolando. Oramai ci seguiva fuori saltellando e svolazzando da un albero all’altro intorno a casa, nelle nostre giornaliere avventure: andare a dare da mangiare ai maiali, cercare carote nell’orto, giocare al campo di bocce, e sulla casa sull’albero. Le Gazze giovanili diventano delle vere birbone, cominciano a prendere interesse per le cose luccicose e nasconderle in giro. Una mattina io e Gilda eravamo a raccogliere le pigne del pino dove stava la casa sull’albero, per fare una merenda di pinoli. Come in picchiata, dal nulla, gracchiando eccitata, la gazza provava a rubare gli orecchini luccicanti dalle orecchie di mia sorella, e lei dimenando le braccia, strillando e correndo, la provava a scacciare via! Sapeva essere ben noiosa, e non ne poteva fare a meno. Noi in ritorno anche le davamo filo da torcere, non le dispiaceva giocare a combattimento.

Poi verso la fine dell’estate la gazza faceva giri sempre più larghi, alberi sempre più alti, più lontani; eventualmente incontrava i suoi simili e piano piano perdeva interesse per gli umani, ritornando a tutti gli effetti completamente selvatica.

Una sera d’estate eravamo la solita marmaglia, scorrazzando e schiamazzando intorno a casa, accompagnati da una Gazza eccitata e gracchiante. Il sole era sulla rotta del tramonto e la luce era quel meraviglioso arancione, che si fondeva nelle poche nuvole sparse. Papà ha sempre avuto dei pick up, ed adesso ne aveva uno fermo, al parcheggio/piazzola davanti casa. Siamo tutti saliti sul cassone: saltiamo, gracchiamo e giochiamo; la gazza anche saltella e schiamazza sul tettuccio della cabina. Io ho un pezzo di tubo per l’acqua quello verde, rotto, lungo forse poco più di un metro. Lo faccio strisciare sul tettuccio avanti ed indietro e la gazza lo salta e lo becca, un gioco esilarante, per lei e per me. Preso dall’impeto lo faccio andare sempre più veloce, fino a quando la gazza non poté più evitarlo. La presi in pieno, lei guaì, e scese dal tettuccio. Mi spaventai un pochino, ma eravamo tutti galvanizzati, mi distrassi quasi subito. Scendemmo dal cassone del pick up, di corsa verso il nuovo gioco, verso la serata, la cena tutti insieme, il film, la notte. Ci facevano dormire tutti nella stessa stanza, letti a castello, si continuava a giocare, baccagliare, anche a luci spente, prima di andare a dormire. La mattina dopo risalendo la scala per andare a fare colazione, io e mia sorella trovammo mio padre sull’uscio del salone con la gazza in mano, e ci fermammo sul pianerottolo opposti a lui. La gazza aveva le palpebre a mezz’asta, le chiudono dal basso verso l’alto, era evidente che avesse qualcosa che non andava, forse un ala rotta, forse il torace rotto. Le avevo dato proprio una bella crocca con quel tubo. Senza volerlo, le avevo fatto molto male.

“Chi è stato?” sembrava molto arrabbiato

“Non lo so”, mentii

“Non vedete cosa avete fatto??” Strillò, avvicinandoci la gazza che aveva tra le mani.

Poi alzò la gazza in aria e la schiantò sulla mattonellona di basalto grezzo, uccidendola sul colpo.

L’anno seguente mio padre non prese il pulcino di gazza.

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